Dopo la rimozione chirurgica di un
cancro del colon, un test del sangue (la biopsia liquida)
potrebbe aiutare a costruire per ogni paziente un profilo di
rischio individuale di recidiva per prevedere se il paziente ha
o meno bisogno di una ulteriore terapia (chemioterapia) dopo la
chirurgia. È quanto suggerito da Pegasus, una sperimentazione
clinica promossa da Ifom, l’Istituto Fondazione di Oncologia
Molecolare di Airc, grazie al sostegno, sempre di Airc, a un
programma “5 per mille”, i cui risultati sono resi noti su
Nature Cancer.
Pegasus ha coinvolto 135 pazienti operati per tumore del
colon ad alto rischio in 11 centri ospedalieri italiani e
spagnoli, spiega Silvia Marsoni, prima autrice dell’articolo.
Attraverso prelievi di sangue ripetuti, gli scienziati hanno
ricercato tracce del DNA tumorale circolante (ctDNA), ossia
piccoli frammenti di materiale genetico rilasciati dal tumore.
Dopo la chirurgia, tali tracce possono indicare una malattia
residua invisibile agli esami radiologici. I pazienti negativi
in due prelievi consecutivi hanno ricevuto una terapia meno
intensiva, mentre a quelli positivi è stato somministrato un
trattamento più intenso. Dopo l’intervento, circa un quarto dei
pazienti presentava una persistenza di DNA tumorale in circolo.
A tre anni dall’operazione, l’83% dei 100 pazienti
ctDNA-negativi era libero da malattia e il 94% era in vita,
nonostante avessero ricevuto una terapia meno intensiva. Nei
pazienti ctDNA-positivi, invece, la sopravvivenza libera da
malattia è stata del 62% circa, nonostante l’intensificazione
del trattamento.
“Pegasus ci ha mostrato due cose – sottolinea Sara Lonardi,
dell’Istituto Oncologico Veneto, uno dei centri coinvolti -: nei
pazienti con prelievo negativo possiamo cominciare a esplorare
la possibilità di ridurre il trattamento; nei positivi, invece,
aumentare semplicemente la chemioterapia non basta. Dobbiamo
sviluppare strumenti farmacologici più efficaci per eliminare la
malattia”. I prelievi ripetuti hanno inoltre consentito di
recuperare alcuni pazienti con risultati falsi negativi, ossia
pazienti nei quali il ctDNA diventava rilevabile solo nel tempo.
Attualmente è in corso Sagittarius, uno studio piu ampio
relativo sempre a questa applicazione della biopsia liquida,
sostenuto dal programma Horizon Europe, con Fondazione AIRC tra
i partner, con circa 600 pazienti arruolati finora.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA





